György Nanovfszky è stato ambasciatore dell’Ungheria per otto anni a Mosca nell’ultimo decennio del secolo scorso. In precedenza era stato diplomatico presso la CNUCED a Ginevra, e successivamente ambasciatore in estremo Oriente. Questo contributo proviene dalla sua lezione al seminario di geopolitica tenutosi in Svizzera nell’agosto 2007. Si ringrazia la scuola internazionale KCE di La Chaux-de-Fonds per la cortese concessione.
Introduzione
L’Unione Sovietica fu un fattore determinante nel mondo bipolare del XX secolo. Nei suoi quasi settanta anni di esistenza (1922 12 30 – 1991 12 26) su base ideologica essa trasformò le precedenti colonie russe eurasiatiche in uno stato federativo che, dopo la seconda guerra mondiale, divenne una superpotenza. Questa evoluzione fu certamente influenzata dalla vittoria nella seconda guerra mondiale, dal potenziale militare e atomico, dalla garanzia fornita dai quadri integrativi internazionali economico (Comecon) e militare (Patto di Varsavia).
L’URSS, come Paese alleato, in base all’ideologia specifica proseguì le proprie strategie all’interno e all’esterno, in particolare la sua politica di sicurezza.
All’interno l’URSS era caratterizzata dalla dittatura del proletariato, nel nome della democrazia socialista, il che significava: a) un regime monopartitico; b) una struttura statopartitica; c) una “prigione dei popoli” cioè una politica delle nazionalità condotta in modo centralistico e dittatoriale.
La politica economica dell’URSS era caratterizzata da: a) un’economia dirigisticamente pianificata, con frequenti carenze nella pianificazione; b) un livello di vita generalmente basso; c) un’arrettratezza tecnologica.
In politica estera gli scopi dichiarati dell’URSS erano: a) la rivoluzione proletaria, quindi l’aiuto di un regime socialista mondiale per la vittoria finale; b) i Paesi a democrazia popolare, situati al di fuori dei confini sovietici, con il sostegno ideologico ma anche militare, e con interventi di forza: Berlino Est 1953, Poznan e Budapest 1956, Cuba 1962, Praga 1968, Afganistan 1979, Varsavia 1983 (vedasi la dottrina Brezhnev sulla “sovranità limitata”); c) l’esportazione del socialismo nei Paesi in via di sviluppo (Africa, Asia, America Latina); d) la dominanza atomica su scala mondiale: fabbricazione di armi atomiche e sviluppo del sistema missilistico intercontinentale.
E’ evidente a cosa avrebbe condotto l’insieme dei principj sopra esposti.
Rovina dell’Unione Sovietica
La fatalità raggiunse anche l’URSS, come ogni regime che nella storia si sforzi di dominare il mondo. Il 26 dicembre 1991 ebbe ufficialmente fine l’impero sovietico. Si è avuta la prova che l’ideologia socialista secondo il metodo sovietico non è realizzabile. Economicamente il regime non era concorrenziale e militarmente non poteva sostenere la sfida con l’altra superpotenza, USA.
Benché molti ci contassero e sperassero, la caduta rovinosa dell’URSS sorprese tutti. Nessuno immaginava che questo impero, tenuto insieme con fuoco, ferro, sangue e violenza, da un giorno all’altro cessasse di esistere come stato sovrano.
Le quindici repubbliche federate e le rispettive popolazioni, circa 130 nazionalità, “riconquistarono l’indipendenza” e dovettero cominciare una nuova vita autonoma, o all’interno della Federazione Russa, o meglio all’esterno. Ma uno dei federati era anche l’antico occupante: la Russia, che dunque approfittò della posizione di successore giuridico dell’URSS.
Alla domanda “Come proseguire?” presto furono date molte risposte; ma soltanto di due vale la pena occuparci oggi. La prima, estremamente nazionalista, non voleva percepire la fine dell’URSS, e si collocava nello slogan di V. Zhirinovskij: “Ricostruire la Russia entro i confini dell’URSS!”. La seconda, simile al concetto imperiale britannico o francese, voleva conservare terre e popoli dell’ex impero dentro una specie di Commonwelth. Da questa ipotesi nacque la Comunità degli Stati Indipendenti (CSI), a Minsk l’8 dicembre 1991, costituita da Russia, Ucraìna e Bielorussia, alle quali tredici giorni più tardi si unirono altre otto repubbliche, finché con l’adesione della Grusia nel dicembre 1992 la CSI raggiunse definitivamente i dodici membri.
Comunità degli Stati Indipendenti
La CSI nel 1982 approva la carta costituzionale, che definisce i compiti e la sfera d’azione di questo soggetto senza personalità giuridica. Per esplorare le prospettive di queste repubbliche ex sovietiche, dobbiamo considerare la loro situazione rispetto alla CSI.
Delle quindici repubbliche ex sovietiche i tre Paesi baltici (Estonia, Lettonia, Lituania) non hanno aderito alla CSI, in considerazione del fatto che si considerano territorioccupati nel 1940 e quindi mai veri membri dell’URSS: la loro indipendenza è stata presto riconosciuta dagli occidentali. I tre baltici hanno aderito rapidamente alla NATO e all’Unione Europea, quindi con l’aiuto dei Paesi nordici si sono velocemente integrati nel sistema economico e politico occidentale. Nel contempo essi hanno sottoscritto con la Russia contratti favorevoli, soprattutto in materia energetica e di transito. Problemi etnici sono emersi in Estonia, dove il 40% della popolazione è di origine russa. I problemi si sono acquietati dopo che la diffusione in occidente di notizie sul conflitto non ha condotto ad alcun risultato. E’ bene notare che l’80% dell’intera popolazione (inclusi i russofoni) votò a favore dell’indipendenza.
Fondatori della CSI, i tre Paesi slavi (Russia, Ucraìna, Bielorussia) si sono stuzzicati a vicenda, riguardo a tradizioni, confessioni religiose, lingua e cultura. Le loro scelte sono influenzate dalla forte dipendenza sia dall’economia russa che dal controllo di gasdotti, oleodotti e linee elettriche. Nonostante la fresca separazione, la maggioranza da qualche anno crede all’importanza di un “nucleo slavo”. Una conferma di tale attitudine è giunta dalla ratifica dell’accordo Minsk-Mosca, voluto dal presidente bielorusso Lukashenko. Certamente in prospettiva il controllo sull’energia sarà esclusivamente di competenza russa. Questo passando attraverso regolamenti di conti interni e pressioni intorno alle elezioni presidenziali e parlamentari, in Ucraina come in Bielorussia.
La situazione nelle tre repubbliche caucasiche (Grusia, Armenia, Azerbaigian) è quasi simile, come unione e come inquadramento nella CSI. Godendo in precedenza di una maggiore autonomia, e grazie alla fecondità delle terre, questi Paesi erano autosufficienti, e persino produttori per il mercato russo. La loro situazione era tuttavia influenzata dalla strategia militare e dalla politica di sicurezza. Le repubbliche caucasiche hanno presto attirato l’attenzione di USA e Turchia, che hanno tentato di installare una presenza militare, lusingandole verso la NATO. In particolare l’Azerbaigian, su cui la Turchia stende un’ala protettiva, inserendosi nel sistema comunicativo, anche grazie alla contiguità linguistica.
Le cinque repubbliche centro-asiatiche (turcomanna, usbecca, chirghisa, cosacca e tagica) costituivano nell’URSS un’area relativamente primitiva, sia socialmente che economicamente. Sono riconosciute dal mondo islamico, anche se il legame con la Ummah aveva scarsa importanza in epoca sovietica. Ma i quaranta milioni di musulmani dell’ex URSS hanno presto capito le possibilità offerte dal mondo islamico, dal quale ricevere un appoggio politico serio, soprattutto nel campo dell’educazione, dell’amministrazione, della cultura e della tradizione religiosa. Dal punto di vista geopolitico e della sicurezza l’area centro-asiatica è altrettanto grave quanto la caucasica, per l’Occidente. Basi NATO sono state collocate, il cui canone d’affitto rappresenta una risorsa importante per i Paesi pronti ad accogliere la tecnologia militare e il personale occidentali. L’ex territorio sovietico, con 60 milioni di abitanti, nel quadrangolo Russia-Cina-India-Iran, certamente merita un’attenzione e un trattamento strategico distinti.
György Nanovfszky (agosto 2007) – prosegue
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Silfer 13nove49 grazie per tutti questi articoli bellissimi degni di un repubblicano vero.