Alla nascita del partito decromatico
La prima impressione all’assemblea costituente del Partito Democratico è cromatica. Il verde predomina: sul nastro cui pende il contrassegno dei 2858 assembleati, sul fondale della sala, su tappeti e passatoie, financo negli occhi di una bellezza gigantografata.
Il rosso è stato accuratamente evitato. Come pure l’arancione della sfortunata campagna pro Sarfatti nel 2005, e delle bandiere dei Cittadini dell’Ulivo; ma anche di Bayrou, del presidente ucraìno e dei coloni abusivi israeliani: cioè dei perdenti. Tuttavia non si tratta di verde ulivo, ma di verde prato. Abbinato al bianco delle scritte, ricorda l’antica carta intestata dei federalisti europei, o del PRI, o degli esperantisti. La bellezza gigantografata coi suoi occhi verdi brillanti mi riporta ancora più indietro, all’infanzia dl “se non è Robert’s non à boro talco”.
Il verde è ovviamente il colore dei verdi, abbinato al giallo (gira)sole; ma anche della Lega Lombarda seconda maniera, quella secessionista celtico-padana, non più biancorossa. Storicamente è un colore oppositorio (insieme all’azzurro), rispetto all’imperatore, cui si attribuivano il rosso e il giallo. Nelle religioni rappresenta l’Islàm. Nella bandiera olimpica l’Europa. Poi ci si perde, di lingua in lingua.
In italiano siamo al verde, perché alla linea verde dell’attaccatura finale della candela alla bugia: cera e lume si esauriscono. In tedesco è sinonimo di ingenuo, se chiaro; ma del contrario, se scuro: verde veleno. In inglese, se abbinato al bianco, rappresenta i cattolici: nel calcio il Celtic Glasgow e lo Hibernian Edimburgo, come pure la nazionale irlandese, userebbero lo stesso cromatismo del nascente PD, se riunissero le proprie tifoserie.
La seconda impressione è prossèmica. Il rapporto podio-platea appare sbilanciato, come nel cinerama. Lo spettatore (né l’oratore) non abbraccia il tutto. In finnico “vedrei della platea, vedrei dell’oratore”: userei il partitivo, non l’accusativo, come con il verbo “amare” — “io amo di te”, perché è impossibile amare una persona per intero, mentre la sua figura si può contemplare in parte o per intero.
La combinazione delle due impressioni iniziali ne determina la terza, alla fiera di Rho. Quella di essere fuori posto, o in un posto da definire. Come un segugio attratto e distratto da troppi odori, estranei ma familiari: scodinzola moderatamente, ma mostra anche i denti accennando a un grugnolio.
Romano Prodi sorprende la platea con la sua vitalità. In realtà me lo ricordavo così già dal primo incontro al Palalido 2005. Quando legge, davanti a tremila persone, trova fiato e grinta. Ma non è più lo sfidante designato, che parlando si autoconvince delle possibilità di vittoria. Si percepisce che non è più in fase anabolica, proprio perché cerca l’assicurazione di non essere ancora nella catabolica. In politica, così come nel sesso (a maggior ragione quando il sesso potrebbe essere ormai in soffitta), tutti cercano conferme presso gli amici, presso la gioventù.
Walter Veltroni non è monocorde come a Torino, il giorno della candidatura. Ha cambiato stile retorico, anche se insiste sulla ripetizione rafforzativa, ma non più soltanto a tre elementi: anche a due, anche a quattro, come càpita. Il giorno dell’investitura pare anche lui più deciso. Riemerge una nota rossa, quasi più della sua cravatta, nel suo dire “chi ci sta, ci sta”. Come dire: è il momento della scelta.
Veltroni risponde a Prodi, ma è una rassicurazione che non cancella l’equivoco. Uno vorrebbe il sostegno al suo governo, per evitare le elezioni anticipate; l’altro concorda che elezioni anticipate non s’han da fare. Non è la stessa cosa: non c’è la medesima concatenazione di causa ed effetto. Per sfortuna di Prodi, c’è Luca Cordero di Montezemolo da un’altra parte, a parlare senza ambiguità di lui e di Berlusconi.
Per i valori laici, per il repubblicanesimo, un solo passaggio nel discorso di Veltroni, con accenno benevolo al Movimento Repubblicani Europei: in sala vi è la pattuglia dei cinque veltroniani eletti, del plotone di venticinque concordati e promessi. L’accenno conferma indirettamente che il MRE non è ancora parte del PD, e dunque i cinque a che titolo ci stanno? Li consola l’Inno di Mameli, in coro e musica. E’ anch’esso un simbolo importante.
Che impressione sugli sconfitti? Né Gianni Letta né Rosy Bindi sembrerebbero vogliosi di costituirsi in corrente, perché così sottolineerebbero il loro status di inferiorità numerica. Il che si sposa con il rifiuto delle correnti per confermare l’immagine di unità eccetera. Una unità così cara, dopo aver perso pezzi per strada. E’ l’unità del chi ci sta ci sta.
Poi le cose cominciano a ingarbugliarsi: su commissioni e coordinatori provinciali i petali della margherita cominciano a sfogliarsi, all’ombra delle fronde di quercia. Ovviamente, con la pattuglia emmerista a far da comparsa.
Cent’anni fa le parole chiave erano Avanti, Umanità, Avvenire, Excelsior, Progresso, Alba/Aurora, Nuovo Giorno. Ora sembano Insieme, Aperti, Unità; e rispunta Rivoluzione. Personalmente avrei preferito Rotazione; ma anche qui, come per la luna, continua a vedersi una sola parte. Il partitivo resta d’obbligo, per il neonato partito. Un partito in apparenza senza il rosso: più decromatico che democratico…
Valerio Ari
2007 10 28
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