Se il Belgio si disintegrasse…

Perché il Belgio va alla deriva, senza governo sei mesi dopo le elezioni? Non è certo l’unico stato multilingue d’Europa, né l’unico ad aver subito il trauma della perdita di un impero coloniale. Inoltre, ha radici uniformi nella cultura, dalla religione alla gastronomia: dovrebbe star meglio della Svizzera, dunque.

La crisi belga è essenzialmente una crisi di identità, che si accompagna al regresso economico del Paese, dal quale regresso è in buona parte derivata. La regione fiamminga marcia verso la secessione, secondo uno schema caro alle camicie verdi bossiane. Al punto attuale si è giunti nonostante un effettivo decentramento federale, che peraltro ha escluso i germanofoni del Limburgo orientale, a due passi da Aquisgrana.

Ho domandato proprio a questi ultimi, in particolare all’europarlamentare di Eupen, cosa pensino di fare, in caso di separazione fra Vallonia e Fiandre. La prima risposta è che non prendono in considerazione l’ipotesi: si sta bene nel multiculturalismo belga. Ma grattando il ventre alla cicala scopri che ci pensano eccome. Se i fratelli maggiori non avranno più una casa comune, anche i germanofoni usciranno dal Belgio. Ma non per unirsi ai tedeschi di Germania: la loro meta è il contiguo Lussemburgo, la cui parlata (un dialetto germanico francone) è assai simile alla loro. Resterebbe forse il problema di Kelmis, un exclave ai piedi della montagna più alta dei Paesi Bassi (344 m), un villaggio-miniera da cui si estraeva lo zinco che diede il colore caratteristico ai tetti di Parigi, e che fino al 1919 fu un territorio neutro, sottoposto a due corone: quella belga e quella germanica. Un’amenità storico-geografica, che nell’agosto del 1908 proclamò l’indipendenza, divenendo per tredici giorni (le due corone ovviamente non la riconebbero) un ministato la cui lingua ufficiale era l’esperanto.

Molto più complessa la situazione di Brusselle, come si diceva nell’italiano del Settecento (se scrivessi Bruxelles offenderei i fiamminghi). La capitale è una regione autonoma a sé, come il leone delle Fiandre e il galletto della Vallonia. Ho sentito parlare neerlandese più spesso che in precedenza, ma il METRO verde (il quotidiano gratuito in francese) alle dieci del mattino è già esaurito, mentre i cestini restano con molte copie del METRO blu anche nel pomeriggio: dunque i fiamminghi restano in minoranza. Anche perché l’immigrazione, soprattutto quella africana, parla francese. E naturalmente la presenza delle istituzioni europee ha la sua efficacia.

E’ soltanto un’efficacia linguistica? E’ anche un’efficacia economica (gran parte del personale non qualificato, dai commessi alla vigilanza, è belga), non politica. In quest’ambito l’Europa non mostra apprensione per la situazione belga, ma in molti si chiedono quali conseguenze avrebbe la disintegrazione del Belgio, per l’Unione Europea. Potrebbe essere l’inizio di una balcanizzazione diffusa anche se incruenta nell’Europa occidentale. E soprattutto dimostrerebbe che l’UE non serve a ridurre il numero degli stati, bensì a moltiplicarli.

La crisi belga può dunque tralignare in crisi europea. Il modello federalistico di Europa dei popoli potrebbe soccombere a fronte del modello di dispersione regionalistica. Il nodo della questione si colloca nel fatto che i belgi stessi sono partecipi dei due modelli: i fiamminghi si sentono un popolo (come i catalani, gli slovacchi, i croati), mentre la Vallonia sembra piuttosto un assiemaggio di interessi divergenti.

Qualcuno preconizza una rinascita della Lotaringia, che dal Limburgo germanofono abbraccerebbe il Lussemburgo, parte della Lorena, la Sarlandia, spingendosi in Alsazia fino a Strasburgo. Qualcuno che ha bevuto troppa birra belga? Chissà.

Valerio Ari

2007 12 09

Lascia un commento