“Joyeux Noël”: la magia umanizzante della musica

Una locanda con sei camere e dodici posti letto riceve una prenotazione telefonica per un’intera famiglia: due genitori e quattro bambini. Il locandiere esita, il cliente lo tranquillizza: “Tutti i nostri figli sanno suonare uno strumento musicale, e i bambini che studiano musica sono tranquilli”. Il locandiere pensa al nano de “Il tamburo di latta”, e interroga sospettoso su quali strumenti si tratta. Flauto, violino, chitarra, arpa.

Arpa… Il pensiero va a “L’arpa birmana”. E’ musicale la scena più commovente del film. Il distaccamento nipponico è guidato da un ufficiale di professione direttore d’orchestra, che ha formato i soldati al canto corale. Accortisi che i britannici li hanno circondati, i giapponesi cantano, per far credere di non aver percepito la presenza del nemico.  E all’improvviso anche il nemico canta. Il coro si raddoppia. Nessuno sparo. Soltato la coscienza inebriante di essere tutti uomini, perché amanti della musica.

La musica non ha fermato la guerra ne “L’arpa birmana”, ha soltanto evitato uno spargimento di sangue. Ma nella storia raccontata da Christian Carion in “Joyeux Noël” (Cannes 2005) la musica arresta l’odio, fa dimenticare agli uomini la guerra. Purtroppo, la guerra non dimentica gli uomini.

Dicembre 1914: è la notte della Vigilia sulla linea del fronte, presso una fattoria diroccata nel nord della Francia. Solo una merda di mosca sulla carta geografica, dove in parallelo zigzàgano le trincee sinuose dei due eserciti.

Il tenente francese Audebert (Guillaume Canet) ha da poco perso un terzo degli effettivi in un vano assalto contro i tedeschi, che hanno decimato anche l’ala scozzese dell’attacco. Nella terra di nessuno, una fascia di cento metri fra le due trincee, la neve sta ricoprendo i cadaveri. Tutti attendono, in un’accettabile scomodità: scozzesi con whisky e cornamuse, francesi con champagne, tedeschi con birra e alberelli natalizi.

Una melodia scozzese distende i visi, echeggiano risate rumorose. Un tenore in uniforme prussiana, Nikolaus Sprink (Benno Fürmann) alza la sua voce nella notte: “Stille Nacht”… Dopo la prima strofa, una cornamusa risponde, e il tedesco continua su quell’accompagnamento, esce dal fossato, prende un alberello e seguita a cantare, camminando verso i nemici. Dopo l’ultima strofa, uno scroscio di applausi da ambo le parti.

La cornamusa riprende con una frase musicale: “Adeste fideles…”, il tenore comincia: “laeti triumfantes…” E il miracolo si realizza, grazie alla magia umanizzante della musica.

Prima gli ufficiali, poi tutta la truppa sbucano dai cunicoli e scambiano doni in un gradevole miscuglio di gesti e lingue: l’originale del film è infatti in tre lingue (quattro con il latino). In pochi minuti gli uomini sono risanati psichicamente. Dai più intellettuali ai più sempliciotti. Ricordare una luna di miele a Parigi. Mostrare l’uno all’altro le fotografie delle amate. Scambiarsi birra e cordiale, tabacco e cioccolata. Avere lo stesso affetto per un gattino fulvo, spuntato da chissà dove.

Dopo quella notte unica, i contingenti non sapranno più combattere l’uno contro l’altro. Quando l’ufficiale tedesco Horstmayer (Daniel Brühl) sarà informato di un imminentebombardamento d’artiglieria contro la linea dell’Intesa, avvertirà il “nemico” di rimpetto e inviterà tutti a rifugiarsi nella trincea germanica, sino al cessare della grandine di fuoco. Un’ospitalità tosto ricambiata da quelli dell’Intesa, appena avvertiti dell’imminente risposta del fuoco britannico.

Questo fraternizzare senza precedenti sarà scoperto. Gli stati maggiori di ambo gli schieramenti e di tutte le autorità ovviamente si adirano, compreso il vescovo anglicano che rispedisce in Iscozia pastore (nel senso di prete) e ciaramella. Le compagnie saranno disgregate, gli ufficiali — puniti.  La guerra inghiotterà quell’episodio di umanità. Diventerà una storia cancellata dalla Storia. Ma non dimenticata.

Il momento in cui alcuni europei si accorsero del suicidio della propria civiltà e non furono più disposti a continuare, Christian Carion l’ha valorizzato in un film meraviglioso, che arricchisce la tradizione del cinema pacifista, cui appartengono appunto “L’arpa birmana” di Ichikawa, ma anche “Niente di nuovo sul fronte occidentale” di Milestone, “La grande illusione” di Renoir, “Il grande dittatore” di Chaplin e parecchi altri.

Realizzare un film pacifista non è facile. E’ uno dei modi di raccontare la guerra, e raccontare la guerra non è facile. La cosa più apprezzabile, in guerra come in politica, è riuscire a presentare il punto di vista dei partiti in conflitto, ed essere obiettivo riguardo al nemico. Soltanto una psiche semplice può credere che il nemico sia soltanto un mostro, secondo una retorica che istiga a combattere fino all’ultimo uomo, ed essenzialmente nasconde la bancarotta intellettuale e organizzativa dei suoi corifei. Un film di guerra, per ben riuscire, deve far meditare, ragionare, e non indurre alla retorica.

Raccontare la guerra in modo pacifista significa cercare l’umanità oltre i meccanismi che han condotto al massacro. “Joyeux Noël” lo fa, e fa anche di più. Con dense e precise pennellate “Joyeux Noël” raffigura il conflitto fra due concezioni della religione: quella del cavaliere crociato e quella del riaffratellarsi. E anche il conflitto fra l’appartenenza a un collettivo che soffre e il sentimento d’amore individuale. E più in generale, la forza della voglia di vivere, dentro all’intreccio di morte cui costringe la guerra.

“Joyeux Noël” mostra ottimismo sulla sorte dell’umanità: come se la guerra fosse capace di distinguere chi ha talento, e di risparmiarlo. Così il buon pastore anglicano sopravviverà lontano dal fronte, e la coppia di cantanti lirici (dove è posta il valore la bellezza psicologicamente intensa di Diane Kruger, nel ruolo di Anna Sörensen, una soprano danese amica del tenore tedesco) si salverà consegnandosi prigioniera. Forse che la guerra rispetta davvero la fede e l’arte?

La risposta è negativa, ma il regista pensa il contrario. Christian Carion non sembra aderire al pensiero di Amilcare Ponchielli ne “Le baccanti”, dove la guerra è celebrata come il trionfo della pazzia. Pazzia da cui si può fuggire, come fanno i francesi evasi de “La grande illusione”, o il bonzo de “L’arpa birmana”; ma pazzia incurabile.

Per tale ottimismo, una filigrana indulgentemente retorica si sfila in “Joyeux Noël”. Non sull’uomo e sull’umanità, ma sulle comuni radici europee di tutti i personaggi. Sobramente pacifista, il film tuttavia rivela una mite retorica europeista. Di cui è parte anche la magia umanizzante della musica europea.

Giorgio Silfer

(giugno 2007)

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