Il Kosovo torna a essere Dardania

Gli antichi romani chiamavano Dardania l’attuale Kosovo, e Ulpiana l’attuale capoluogo Prishtina. La provincia rimase in occidente, nella divisione teodosiana del 395, mentre l’Epiro (oggi Albania) fu assegnato all’occidente. Pertanto la Dardania restò collegata alla chiesa romana per tutto il medio evo e oltre: nel 1054 non aderì allo scisma d’oriente, al contrario dell’Epiro. Questa distinzione dura tutt’oggi, nonostante il succedersi di popoli, di lingue e di fedi religiose: gli albanofoni della Dardania sono diversi da quelli di Albania, e non nascerà mai una grande Albania, estesa dal Sangiaccato alla Sicilia…

I miei amici kosovari mi hanno invitato a brindare alla proclamazione dell’indipendenza (perché questi musulmani coltivano la vite e bevono alcoolici), i miei amici serbi mi hanno telefonato per conoscere la mia opinione. Che opinione può avere l’amico di una coppia che si separi, quando uno dei due non vuole affatto concedere il divorzio, e l’altro a un certo punto se ne va di casa, o ti mette fuori di casa?

La scacchiera jugoslava ha perso la penultima tessera. Per l’ultima (la Vojvodina magiara) c’è ancora tempo: il caso scoppierà in contemporanea con quello delle minoranze magiare in Romania (sono già pronti la bandiera e l’inno della Transilvania, fra l’altro musicalmente molto bello) e della Slovacchia, non appena l’Ungheria sarà assestata economicamente. Della dissoluzione della seconda Jugoslavia sono prioritariamente responsabili gli jugoslavi stessi: nessuno avrebbe osato dall’esterno smembrare quello che fu (con la prima Jugoslavia) il regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni, se gli autoctoni non avessero deciso di smembrarlo. Stesso discorso per la Cecoslovacchia.

La dissoluzione della Jugoslavia non è stata cruenta là dove i confini storici ed etnici erano netti: la guerra non ha lambito la Slovenia, e la separazione del Montenegro ha ricordato quella indolore della Slovacchia. La guerra ha toccato le regioni contese dai serbi: in Croazia, in Bosnia, nel Kosovo. In questi casi la comunità internazionale è entrata in giuoco.

Dall’esterno, ovvero dall’occidente, la crisi jugoslava è stata curata con la terapia dei riconoscimenti per i territori seceduti, applicata ora subito ora in modo differito. E’ evidente che la comunità internazionale non si è impegnata per mediare nella crisi jugoslava, favorendo alla breve o alla lunga il processo di dissoluzione. La Serbia ne è uscita perdente sul piano militare e su quello diplomatico, ma nessuno può cantare vittoria, tranne la Slovenia, subito nell’Unione Europea e già in area euro.

La secessione della Dardania rappresenta una novità, perché l’occidente per la prima volta non è compatto nei riconoscimenti. Vi è un problema effettivo di diritto internazionale, ma vi è soprattutto il timore che lo smembramento jugoslavo divenga un modello, non solo per il Belgio. La frammentazione europea (diciannove stati a fine luglio 1914, trenta dopo la seconda guerra mondiale, oltre quaranta oggi, nonostante la riunificazione tedesca) comincia a preoccupare: quando si arresterà?

Il filoserbismo della Lega Nord in Alta Italia conferma non proprio un’inversione di tendenza, quanto l’evoluzione dell’etnismo politico ad antislamismo, a fondamentalismo eurocristiano, ad occidentalismo arroccato. In un certo senso è l’altra faccia, non alternativa ma complementare, di quell’atteggiamento che ha favorito le secessioni: la dissoluzione va fatta, ma secondo certi criteri, sui quali evidentemente manca a un certo punto l’accordo fra gli esterni. E infatti tutto il mondo cristiano-ortodosso (da Mosca ad Atene, da Cipro a Sofia e Bucarest) non vuole riconoscere Ulpiana, ed è solidale con Belgrado. Così come recalcitra Madrid, preoccupata per il futuro delle comunidades “galeuscas”.

La partita kosovara è comunque definita. Impossibile tornare indietro. E’ la definizione di questa partita che rende insolubili i casi futuri.

Valerio Ari

2008 02 23

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